11 Comportamenti Che Ti Rendono Infelice
- Fra, Tutor

- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 13 min
C’è una cosa che fanno praticamente tutti gli uomini che seguo, e questa cosa è occupare il tempo col maggior numero di impegni e riempire la casa con il maggior numero di oggetti. E la tua risposta a questo articolo, io lo so già, é: "ma io lavoro, le cose che faccio mi servono per quello!".
E per gli oggetti che acquisti invece mi risponderai: "Almeno qualche gratificazione per tutti i miei sforzi me la merito". L'iPhone, il Rolex, la tv da 6000 pollici, il divano in pelle di design e via dicendo.
Per anni ho creduto che per essere felice avrei dovuto aggiungere qualcosa alla mia vita.
Più successo. Più soldi. Più viaggi. Più stimoli.
Come se la felicità fosse una mensola vuota e il problema fosse che non avevo ancora comprato abbastanza oggetti da appoggiarci sopra.
Immagina di entrare in una cucina con tre mensole appese qua e la, due di loro hanno i classici oggetti sopra: vasi con fiori, foto, lampade… una invece è completamente vuota. Quale attirerà la tua attenzione per prima?
Esattamente..... Quella vuota.
La verità quindi….è che mi sbagliavo di grosso.
La mia felicità non era bloccata da ciò che mi mancava, ma da comportamenti inconsci, ripetuti ogni giorno con la stessa naturalezza con cui ti allacci le scarpe al mattino.
Undici, per la precisione. Undici erano questi miei atteggiamenti.
Non facevano scalpore.
Non erano drammi.
Non erano errori evidenti sia chiaro.
Erano abitudini “normali”. Socialmente accettate. Anzi, spesso perfino lodate.
E sono pronto a scommettere che almeno sette di queste stanno sabotando anche te, proprio adesso, mentre guardi questo video.
Non perché sei debole.
Ma perché sei un uomo che ha sempre dovuto funzionare, performare, reggere ogni giorno.
Quelle abitudini mi stavano prosciugando le energie lentamente, come una perdita d’olio che noti solo quando il motore inizia a grippare.
Mi sentivo sempre stanco, anche dormendo.
Distratto, anche senza distrazioni.
Con la testa piena di caos inutile e la sensazione costante di correre senza andare da nessuna parte.
Ero bloccato. Non perché fossi fermo, ma perché mi muovevo male, in tutti i sensi.
Io sono Francesco Carrieri e sono l’unico specialista in Italia per il dimagrimento ed il benessere fisico e mentale degli uomini over 40 e ti do il benvenuto sul mio Blog.
In questo articolo non ti parlo da esperto illuminato o da coach da palcoscenico.
Ti parlo da uomo che ha combattuto la sua battaglia nel fango, si è fatto male più volte
e, a un certo punto, ha trovato una via d’uscita.
Ti racconto quindi 11 trappole inconsce in cui ero caduto e soprattutto cosa è cambiato quando ho iniziato a uscirne: meno rumore, più controllo, più pace.
Non felicità da copertina.
Ma quella solida, che non ti abbandona quando spegni il telefono.
Resta con me, perché riconoscere una trappola è il primo vero atto di libertà.
E non fare il fenomeno dicendo che a te di queste cose non frega niente perche stai bene: leggi e vedrai in quanti punti ti ritroverai.
Ecco quindi gli 11 Comportamenti Che Ti Rendono Infelice
Prima trappola: il bisogno che tutto fosse perfetto
La più subdola.
La più rispettata.
E….La più tossica.
Credevo che tutto dovesse essere impeccabile:
il lavoro, la casa, il corpo, persino una semplice email.
Ricordo ore intere passate a riscrivere lo stesso messaggio, spostando virgole come un neurochirurgo, con il terrore infantile di sembrare poco intelligente, poco professionale, poco “all’altezza”.
Il risultato?
Le cose davvero importanti non le iniziavo mai.
Non perché fossi pigro, ma perché ero paralizzato dall’ansia di sbagliare.
Questo si chiama perfezionismo maladattivo, ma detta fuori dai libri è una cosa sola:
una forma elegante di fuga.
Ci raccontiamo che stiamo aspettando il momento giusto.
La versione migliore.
Le condizioni ideali.
In realtà stiamo solo scappando dal giudizio. Dal fallimento. Dall’idea che qualcuno possa vedere che non siamo infallibili.
Il perfezionismo ti frega perché ti fa sentire sempre in difetto. L’asticella è sempre un centimetro più in alto di dove puoi arrivare. Ogni errore diventa un dramma personale, non un feedback.
Come ne sono uscito?
Con una scelta poco sexy, ma salvavita: "abbastanza buono" invece che "perfetto".
Ho iniziato a darmi scadenze rigide.
A chiudere lavori anche quando una parte di me urlava “non è pronto”.
Ho smesso di chiedermi: “è perfetto?”
e ho iniziato a chiedermi: "funziona? Serve a qualcosa? Porta avanti la mia vita o no?"
Accettare l’imperfezione non significa accontentarsi.
Significa essere efficaci.
E, soprattutto, proteggere la propria salute mentale prima che sia troppo tardi.
Guarda che non scherzo, se sei maniaco della perfezione, non dico che sia sbagliato, ma inizia a ragionarci su.
Seconda trappola: compiacere tutti
Ero quello che gli americani chiamano un people pleaser.
Io lo direi più semplicemente: uno che non sapeva dire no.
Dicevo sì a tutto.
A chiunque.
Ogni richiesta, ogni invito, ogni favore.
Non per bontà d’animo.
Ma per paura di deludere, di essere escluso, di non essere più apprezzato.
Ricordo un weekend preciso.
Pranzo di famiglia.
Aiuto per un trasloco.
Revisione urgente di un progetto.
48 ore a correre come un pazzo.
Teso. Nervoso. Infelice.
Solo per evitare una parola di due lettere: NO.
Questo comportamento ti distrugge la felicità perché è una gerarchia sbagliata:
I bisogni degli altri sempre sopra i tuoi.
La tua energia come risorsa pubblica.
Il tuo tempo come se non valesse niente.
Alla lunga succede una cosa inevitabile:
ti svuoti.
Diventi irritabile.
Cinico.
E inizi a odiare in silenzio le stesse persone che cerchi di accontentare.
E la parte più amara?
Spesso loro nemmeno se ne accorgono. Ogni sì che dici agli altri è un no che dici a te stesso.
Al tuo riposo. Al tuo tempo. A quei momenti vuoti che servono per ricaricare un sistema nervoso già tirato come un cavo d’acciaio.
Dire sempre sì ti insegna una bugia pericolosa: che il tuo valore dipende dall’approvazione degli altri. Che vali finché sei utile.
Che se smetti di essere disponibile, smetti di essere importante.
Il conto arriva sempre.
Sfinimento. Irritabilità. Un risentimento sordo che non dici a nessuno ma che ti mangia dentro.
Ho dovuto imparare a vedere il no come un alleato, non come un atto di egoismo.
All’inizio è stato difficile, lo ammetto.
Ogni no mi faceva sentire in colpa, come se stessi tradendo qualcuno.
Ho iniziato in piccolo.
Frasi semplici, adulte, senza giustificarmi come un bambino colto in fallo:
“Mi piacerebbe, ma in questo periodo non ce la faccio.”
“Grazie per aver pensato a me, ma stavolta passo.”
Ogni no detto con rispetto era un sì al mio benessere.
E ho scoperto una cosa che nessuno insegna a scuola:
Le persone sane rispettano chi mette confini sani.
Quelle che non lo fanno, probabilmente, vivevano già sulle tue spalle.
La mia mente, poi, era una macchina del tempo scassata.
Sempre altrove.
Mai qui.
O incastrata nel passato a rimasticare errori, frasi dette male, occasioni perse.
“E se avessi fatto così?”
“E se avessi detto cosà?”
Oppure lanciata in avanti a immaginare il peggio.
Scenari catastrofici degni di un film di serie B, ma con il mio volto come protagonista.
Il presente non esisteva. Era solo una sala d’attesa.
Vivere così è come guidare guardando solo lo specchietto retrovisore o cercando di vedere oltre la collina mentre vai a cento all’ora.
Prima o poi ti schianti. È matematica.
L’infelicità sguazza nella nostra assenza. Il passato non lo cambi.
Il futuro è quasi tutto fuori dal tuo controllo.
Preoccuparsi non è lungimiranza:
è un furto di attenzione.
Ti ruba l’unica cosa reale che possiedi: il qui e ora.
La soluzione, per me, non è stata diventare un monaco tibetano.
È stata la mindfulness, nel senso più pratico e meno mistico possibile e più lontano dalle mode passeggere che esista.
Niente candele.
Niente mantra.
Gesti minuscoli.
Quando mangiavo, mangiavo davvero.
Senza telefono.
Quando camminavo, sentivo i piedi a terra e l’aria sulla faccia.
Ho imparato a notare quando la mente scappava e a riportarla indietro senza insultarmi. Senza giudizio.
Questo mi ha restituito una cosa che credevo persa: la capacità di godermi le piccole cose. Quelle che non finiscono su Instagram.
Poi c’erano i social, appunto.
Uno stillicidio quotidiano.
Scrollare era diventato un rito tossico.
Vite perfette. Vacanze da sogno. Successi clamorosi.
Famiglie da spot del mulino. Imprenditori multimilionari con sorrisi bianco perlato.
Ogni post era una pugnalata piccola ma precisa all’autostima.
Mi sentivo sempre in ritardo. Sempre un gradino sotto. Come se la mia vita fosse l’unica in bianco e nero.
Il confronto sui social è micidiale perché è truccato, è drogato, è dopato.
Confronti i tuoi momenti peggiori con i momenti migliori, filtrati e studiati, degli altri.
È una battaglia persa prima di iniziare.
Questo scarto continuo tra vita vera e vita online genera insoddisfazione cronica.
Ansia, e, nei casi peggiori, depressione silente.
La mia mossa è stata drastica ma liberatoria:
ho smesso di seguire chiunque mi facesse sentire inadeguato.
Ho messo limiti di tempo. Ho silenziato notifiche come si fa con le persone tossiche.
Ma il vero cambio di marcia è stato trasformare il confronto in domanda utile.
Non più: “Non sarò mai così.”
Ma: “Cosa posso imparare da questa persona?”
“Qual è un piccolo passo che posso fare oggi?”
E poi il mito più venduto di tutti: il multitasking.
Ero convinto fosse un superpotere.
Mail durante le riunioni. Podcast mentre scrivevo report. Telefono mentre cucinavo.
Mi sentivo produttivo.
In realtà ero solo mentalmente a pezzi.
La verità, confermata dalla scienza, è semplice e poco romantica: il cervello non fa multitasking. Fa task switching. Salta da una cosa all’altra, consumando energia come un motore senza olio.
Questo continuo cambio di focus abbassa l’efficienza fino al 40%, alza il cortisolo
e ti lascia stanco senza sapere perché.
Il multitasking cronico ti rende smemorato, frammentato, incapace di entrare in flow.
Quello stato in cui lavori bene e ti senti vivo.
La mia cura è stata il monotasking.
Una cosa alla volta. Blocchi di tempo dedicati a una sola attività.
Quando lavoro, il telefono sta in un’altra stanza.
Quando parlo con qualcuno, è lì con me, davvero.
Il risultato?
Meno stress. Lavoro migliore. E una sensazione dimenticata: presenza.
E infine, la trappola più socialmente accettata di tutte:
La lamentela.
Ero diventato un lamentatore seriale.
Traffico. Tempo. Gente. Piccole noie quotidiane.
La lamentela era il mio intercalare.
Il mio modo di rompere il ghiaccio.
Credevo fosse innocua. In realtà stavo allenando il mio cervello a cercare solo il negativo.
Lamentarsi crea un loop.
Più ti lamenti, più vedi problemi. Più vedi problemi, più ti lamenti.
E la felicità, in un ambiente così, non attecchisce.
Muore di fame.
Quando ci lamentiamo alleniamo il cervello a fare una cosa sola:
cercare quello che non va.
Pensaci, quante volte al giorno ti lamenti per qualcosa? La moglie, le tasse, i figli, gli impegni, i dipendenti, la banca, il fottuto meteo…
È un addestramento quotidiano.
Ogni lamento rafforza il circuito.
Il resto sparisce: ciò che funziona, ciò che è stabile, ciò che hai già costruito.
Lamentarsi non risolve nulla.
Non chiarisce.
Non alleggerisce.
Fa una cosa peggiore:
ti mette nel ruolo della vittima.
Ti fa sentire impotente, in balia delle circostanze, come se la vita ti stesse solo succedendo addosso.
E come se non bastasse, lamentarsi in modo cronico aumenta gli ormoni dello stress.
Cortisolo alto, a lungo andare, significa memoria peggiore, meno lucidità, meno capacità di risolvere problemi.
E se stai cercando di dimagrire, beh, non ci riuscirai.
Il cervello di un uomo sotto pressione non ha bisogno di altro veleno.
Così ho deciso di provare una cosa semplice e fastidiosa:
un digiuno dalla lamentela.
Per una settimana mi sono vietato di lamentarmi.
Non di fingere che andasse tutto bene, ma di fermarmi prima di scaricare il veleno.
Ogni volta che sentivo salire l’impulso, mi facevo tre domande secche:
Uno: posso farci qualcosa?
Due: c’è una lezione o almeno un lato utile?
Tre: posso semplicemente lasciar perdere?
Questo piccolo esercizio mi ha spostato da una mentalità passiva a una postura diversa: responsabile.
Non tutto è controllabile, ma qualcosa lo è sempre.
So che tutto questo può sembrare tanto. Troppe cose. Troppi cambiamenti.
Ma qui c’è la verità che conta:
basta iniziare da uno solo.
Uno solo di questi comportamenti cambiato sul serio produce una differenza che non ti aspetti.
Riconoscere queste abitudini è come accendere la luce in una stanza buia.
All’inizio vedi solo il disordine, ma almeno ora puoi fare qualcosa.
Resta con me fino alla fine, perché quelli che arrivano adesso sono i più subdoli.
Quelli che spesso si travestono da pregi.
La mia casa e la mia testa erano un caos.
Armadi pieni di roba che non mettevo da anni. “Non si sa mai.”
Mensole piene di oggetti inutili e una mente intasata di preoccupazioni, rancori, pensieri in loop.
Questo accumulo mi prosciugava senza che me ne rendessi conto.
Il disordine esterno crea disordine interno. Un ambiente caotico rende difficile concentrarsi, rilassarsi, respirare.
Allo stesso modo il clutter mentale — quel groviglio di pensieri che continuiamo a masticare — ci tiene in uno stato di allerta costante. Ansia di fondo. Tensione continua.
Non lasciare andare il passato, che sia un vecchio maglione o un vecchio rancore,
ci impedisce di fare spazio al nuovo.
Così ho iniziato un decluttering doppio.
Fisicamente: regola semplice, uno dentro, uno fuori.
Ho donato, buttato, eliminato tutto ciò che non usavo o non amavo da più di un anno.
Mentalmente: scarico mentale.
Ogni sera, prima di dormire, butto su un quaderno tutte le preoccupazioni, le cose da fare, i pensieri che mi arrovellano.
Metterli su carta li toglie dalla testa.
E finalmente, il cervello smette di lavorare mentre il corpo prova a dormire.
Prima di passare agli antidepressivi, puoi provare a fare cosi, è meno dannoso, fidati.
Per molto tempo ho creduto che la felicità fosse solo una questione di testa.
Risultato?
Il corpo lasciato a marcire.
Dormivo poco.
Mangiavo male.
Scarsa attività fisica.
La scusa era sempre la stessa:
“Non ho tempo.”
La verità è che non lo ritenevo una priorità. Non capivo che stavo sabotando la chimica stessa della mia felicità. Mente e corpo non sono separati. Sono un unico sistema.
Non puoi avere una mente lucida in un corpo stanco, infiammato, malnutrito.
Infatti c'è una massima latina di Giovenale che esprime l'importanza dell'equilibrio psicofisico che recita così: "MENS SANA IN CORPORE SANO" (Mente sana in corpo Sano).
Poco sonno = umore instabile.
Cibo di merda = energia inesistente.
Se stai fermo, non produci endorfine.
Trascurare il corpo è come pretendere che una Ferrari funzioni facendo il pieno con l’acqua.
Non ho fatto rivoluzioni.
Ho fatto cose noiose ma efficaci.
Passeggiata di 20 minuti al giorno. A letto 30 minuti prima. Più acqua.
Uno snack industriale in meno, un frutto in più.
Piccoli passi. Ma costanti.
In poche settimane, energia e umore sono cambiati in modo netto.
E poi c’era un’altra abitudine strana, direi oltraggiosa: nelle discussioni volevo vincere.
Non capire.
Non ascoltare.
Vincere.
Dovevo avere l’ultima parola.
Dimostrare che avevo ragione.
Ogni conversazione diventava una battaglia.
Ogni dialogo, una potenziale guerra.
Non ascoltavo per comprendere,
ma per trovare il punto debole dell’altro e colpire.
Questo comportamento nasce sempre dalla stessa radice: ego fragile.
Quando leghi il tuo valore alle tue opinioni, ogni opinione diversa sembra un attacco personale.
Voler avere sempre ragione ti impedisce di imparare.
Di crescere. E soprattutto di creare relazioni vere.
Uccide l’empatia. Costruisce muri al posto di ponti.
E alla lunga, ti lascia solo anche quando sei in mezzo alla gente.
Il mio mantra è diventato questo: “Vuoi essere felice o vuoi avere ragione?”
Perché quasi sempre non puoi avere entrambe le cose.
Ho iniziato a praticare una cosa che sembra banale ma è rivoluzionaria: ascoltare davvero.
Non ascoltare mentre preparo la risposta. Non ascoltare aspettando il mio turno per colpire.
Ascoltare per capire.
Mi concentravo su quello che l’altra persona stava dicendo, sul suo punto di vista, anche quando non mi piaceva.
Ho imparato a dire frasi che prima mi sembravano una resa:
“Capisco perché la pensi così.”
“È un punto di vista interessante, non ci avevo pensato.”
E ho scoperto qualcosa di scomodo per l’ego ma liberatorio per la vita:
salvare una relazione vale più che salvare l’orgoglio.
E questa cosa mi ha reso sia migliore, sia IL MIGLIORE nel mio lavoro, cioè relazionarmi con uomini over 40, con una partita iva o un impresa, che non vengono MAI ascoltati da nessuno e che quindi finiscono per ritrovarsi sovrappeso, stressati, ansiosi, agitati, e sempre su di giri.
“Sarò felice quando…”
quando avrò quella promozione, quando andrò in vacanza, quando comprerò quella casa.
Era il mio disco rotto in loop.
Rimandavo sempre la felicità a un evento futuro, a una condizione da raggiungere.
Vivevo in una perenne sala d’attesa, convinto che la vita vera sarebbe iniziata dopo.
Questa è una delle trappole più comuni e più pericolose.
Perché quando metti la felicità in un futuro ipotetico,
stai svalutando il presente.
E la fregatura è che anche quando raggiungi quell’obiettivo,
la gioia dura pochissimo.
Un attimo.
Poi l’asticella si sposta di nuovo più in là.
È una rincorsa infinita.
Che produce solo frustrazione e la sensazione costante che non sia mai abbastanza.
La psicologia la chiama “la trappola della felicità”. Io la chiamo vivere sempre dopo.
Ho smesso di aspettare applicando una pratica semplice, concreta: gratitudine attiva.
Due minuti al giorno. Non di più.
Tre cose specifiche per cui sono grato adesso.
Non cose epiche. Dettagli.
Il sapore del caffè.
Una telefonata inaspettata.
Il sole che entra dalla finestra mentre lavori.
Il cane che scondinzola semplicemente se lo guardi.
Questo esercizio fa una cosa precisa: riprogramma il cervello a cercare ciò che funziona, non solo ciò che manca.
La mia mente, poi, era un tribunale sempre aperto.
E io ero il giudice più severo di tutti, soprattutto con me stesso. Ogni errore diventava una condanna.
Ogni difetto una prova che non ero abbastanza.
E non risparmiavo nemmeno gli altri.
Criticavo le loro scelte, il loro aspetto, il loro modo di vivere.
Era un modo elegante lo ammetto, ma falso, per sentirmi superiore.
Il giudizio costante è un veleno lento.
L’autocritica distrugge l’autostima e alimenta la paura di agire.
Giudicare gli altri ti isola, ti toglie empatia e ti fa vedere il mondo in bianco e nero, pieno solo di difetti. Lo so che il "pregiudizio" è una rezione istintiva nel nostro DNA e che non possiamo farci niente perchè giudicheremo SEMPRE (diffida chi ti dice di non giudicare mai perchè non è vero e non è sano) ma un conto è giudicare perchè è un meccanismo innato qunado incontriamo una persona nuova, un conto è giudicare a prescindere, sempre e comunque.
È un’abitudine che ti intrappola nella negatività e ti impedisce di connetterti davvero con chi hai davanti.
La soluzione non è diventare indulgenti o molli. È coltivare compassione.
Quando mi accorgo che mi sto giudicando, provo a parlarmi come parlerei a un amico che ha sbagliato.
Quando mi sorprendo a giudicare qualcun altro, mi fermo e mi ricordo una cosa semplice:
Non conosco la sua storia
Non conosco le sue battaglie
Non conosco le sue ragioni
Ho scoperto che il mio vicino di casa, schivo, strano, col quale pensavo di non avere nulla in comune, è stato paracadutista nella Folgore, in diverse missioni di guerra, con svariate medaglie al valore, e che adesso ha preso la patente nautica a vela e motore, si lancia col parapendio, fa bungee jumping e di lavoro si arrampica su alberi alti 20 metri quando è il caso di tagliarli perche pericolosi.
Ho sostituito il giudizio con la curiosità.
“Chissà perché si comporta così.”
Invece di emettere sentenze.
Queste erano le 11 trappole subdole ed inconsce che mi hanno tenuto in ostaggio per anni.
Riconoscerle è stato il primo, gigantesco passo per riprendermi la vita.
Non è stato facile.
Non è stato veloce.
Ed è una scelta che va rinnovata ogni giorno. Non sto dicendo di essere perfetto, tutto altro.
Ma eliminare questi comportamenti mi ha restituito qualcosa che credevo perso:
energia, lucidità e una pace concreta, non spirituale.
La felicità, col tempo, ho capito questo: non è una destinazione.
È la strada che costruisci quando smetti di sabotarti da solo.
La mia sfida per te è semplice.
Scegline una sola.
Una di queste abitudini.
Quella che ti ha punto di più.
E lavoraci sul serio per i prossimi mesi.
Non 21 giorni.
Quella è una favola.
La ricerca parla di circa 66 giorni per creare un’abitudine solida.
Diamoci un obiettivo realistico.
Scrivi nei commenti quale abitudine scegli.
Non per me.
Per te.
Rendere pubblico un impegno cambia il peso delle cose.
E condividere il viaggio ci rende più forti.
E se questo articolo ti è stato utile, isciriviti alla mia Newsletter della domenica "4 Minute Sundays", una mail a settimana, la domenica mattina, che ti darà ogni volta un metodo in più, un trucco in più, una scorciatoia in più per riprendere davvero il controllo di te stesso, prima che sia troppo tardi.
Come hai visto non prometto miracoli.
Prometto strumenti.
Come sempre faccio nel mio Metodo Maschio Alpha.
Grazie per il tuo tempo. Sempre a testa alta.






