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COCAINA: Lo so che la usi

Lo so che la usi.


Non fare il teatrino del “io no, figurati”. La usi tu, o la usa uno che ti siede davanti in riunione con lo sguardo troppo lucido e la mascella che lavora da sola. E se non la usa ancora, ci sta pensando. Perché la cocaina, oggi, non è la droga del sabato sera. È la droga del lunedì mattina, quella che entra in azienda prima di te e se ne va dopo.


cocaina Francesco Carrieri maschio alpha

Non parlo del ragazzino che vuole fare il figo il weekend. Parlo dell’uomo con partita IVA, famiglia, dipendenti, mutuo, agenda piena e sonno a pezzi. Parlo di te che hai imparato una cosa: se crolli, non crolli da solo. Trascini giù tutti. E allora ti tieni su come puoi. Con quello che trovi. Anche con la polvere.


All’inizio sembra persino “nobile”, capisci? Una gentilezza tossica verso gli altri. Torni a casa devastato, drenato, svuotato come un telefono al 2%… e non vuoi presentarti a tua moglie come un rottame. Vuoi essere ancora quello che lei ha scelto: presente, simpatico, brillante, desiderabile. Vuoi guardare tua figlia negli occhi e non avere lo sguardo di uno che sta già pensando alla prossima mail.


E allora spingi. Ti fai “una botta” per sembrare vivo quando dentro sei spento da ore. La usi per avere ancora due gocce di energia da regalare a chi ti aspetta. È qui che la cocaina diventa subdola: ti convince che stai facendo il padre migliore, il marito migliore, il leader migliore. Ti vende una maschera e ti fa credere che sia identità.


Poi succede sempre la stessa cosa, e succede a uomini diversi con la stessa precisione di un orologio svizzero. Prima la prendi per dare qualcosa agli altri: immagine di forza, autorità, capacità infinite, “io non mi fermo mai”. Il primo ad arrivare in azienda, l’ultimo a spegnere le luci, quello che risolve, quello che non chiede. Poi smetti di avere il controllo e inizi a prenderla per non perdere tutto. E a quel punto non è generosità: è sopravvivenza chimica. È la differenza tra guidare e farsi trainare.


Il problema è che intorno a te c’è un coro di incompetenti che non sa cosa significhi tenere in piedi un’impresa. Quelli che alle cinque staccano, vanno in palestra, mangiano “pulito” e poi ti spiegano come dovresti gestire lo stress. Quelli che ti dicono “basta organizzarsi” mentre tu stai mettendo insieme stipendi, clienti, fornitori, avvocati, tasse, famiglia. Quelli che non capiscono che quando hai partita IVA non esiste “mi prendo una settimana per me”. È proprio lì che la cocaina ti seduce: ti sembra una scorciatoia contro l’incomprensione degli altri, contro la mancanza di tempo, contro l’autocontrollo che si sbriciola quando sei stanco, contro quell’autostima bassa che non dici a nessuno perché hai costruito un personaggio troppo solido per permettersi crepe.


E adesso arriva la parte che non ti piacerà.

Se sei sopra i 40, la cocaina non ti potenzia. Ti presta energia con interessi da strozzino. Ti accende adesso e ti spegne dopo, più lungo, più scuro, più vuoto. E non è poesia: è chimica.



La cocaina agisce, tra le altre cose, sul trasporto della dopamina, il sistema che decide cosa ti sembra importante, cosa ti spinge ad agire, cosa ti fa desiderare un risultato. È quel circuito del “reward” che ti fa sentire vivo e in controllo quando in realtà sei solo iperstimolato. A livello neurobiologico, la cocaina interferisce con i meccanismi di ricaptazione della dopamina (e anche di altri neurotrasmettitori), aumentando in modo innaturale il segnale nel circuito della ricompensa. È una delle ragioni per cui l’effetto iniziale può sembrare “potere iniettato”: lucidità, sicurezza, parlantina, desiderio. 


Ma il cervello non è un dipendente da te. È un contabile. Quando lo martelli con picchi artificiali, lui si adatta. Riduce la sensibilità. Cambia la taratura. E la conseguenza pratica è questa: senza cocaina ti senti meno. Meno motivato, meno interessato, meno vivo. Non perché “sei fatto così”, ma perché hai insegnato al tuo sistema nervoso che il livello normale non vale niente.


E sai qual è l’ironia cattiva? Che molti uomini che la usano lo fanno anche per il sesso, o almeno per sentirsi “maschio” come una volta. Poi, a lungo andare, si ritrovano con la libido che si spegne, con l’ansia che mangia l’erezione, con la testa che corre e il corpo che non segue. È un investimento pessimo: paghi con la tua virilità proprio la cosa che pensavi di comprare.


Se poi ci metti l’alcol — e non raccontarmi che tu non lo fai mai, perché è la combinazione più comune nei contesti reali — stai aggiungendo benzina su un incendio che non vedi. Dal punto di vista tossicologico, quando cocaina e alcol vengono assunti insieme, il corpo produce cocaetilene, un metabolita con effetti psicoattivi e una tossicità che peggiora il profilo di rischio, soprattutto sul piano cardiovascolare. 


Qui non stiamo parlando di “ansietta” e “giornata storta”. Stiamo parlando di cuore, vasi, cervello. La letteratura scientifica associa l’uso di cocaina a un aumento del rischio di eventi cerebrovascolari come ictus ischemico ed emorragico; esistono anche meta-analisi e revisioni sistematiche recenti che quantificano questa associazione. 

E sul fronte cardiovascolare, il quadro è noto: vasospasmo, aritmie, aumento della richiesta di ossigeno del miocardio, con un rischio che diventa ancora più brutale quando cocaina e alcol si combinano. 



Quindi no, non è “una stampella”. È un debito. E tu lo stai pagando in valuta pesante: sonno, sistema nervoso, testosterone, reputazione, autocontrollo.


E adesso ti racconto una scena che riconosci, anche se non vuoi.

È sera. Sei seduto in macchina, prima di salire. Hai ancora addosso l’odore dell’ufficio, l’alito secco, la testa come un frullatore. Guardi il telefono. Notifiche. Un vocale del commercialista. Un messaggio di tua moglie: “A che ora arrivi?”. Un’altra cosa da gestire. Un altro pezzo di te da consegnare.


È lì che entra la cocaina: ti dà l’illusione di scegliere. In realtà ti sta scegliendo lei.


E qui smontiamo la convinzione più stupida di tutte: “Io la controllo.”

Questa frase è la firma sul contratto. Perché il controllo vero non è dire “posso smettere quando voglio”. Il controllo vero è non averne bisogno per essere una persona decente dentro casa. È non dover comprare energia per farti tollerare dai tuoi figli. È non dover sniffare coraggio per affrontare una conversazione che rimandi da dieci anni.


Perché sotto, quasi sempre, non c’è solo stanchezza. C’è roba vecchia. Problemi irrisolti che ti porti dietro senza averlo mai detto a nessuno: vergogna, rabbia, paura di non valere, senso di inadeguatezza mascherato da iperproduttività. Hai costruito un’azienda, magari due. Ma dentro hai ancora quel punto molle che non vuoi guardare. E la polvere, su quel punto, è un anestetico perfetto.


Ora, se sei arrivato fin qui, ti dico anche questo: non ti sto facendo la predica. Non mi interessa fare l’educatore sociale. Mi interessa parlarti da uomo a uomo, nel linguaggio che capisce un uomo che comanda: conseguenze, costi, rischio, perdita.


E la perdita, qui, è totale. Perché la cocaina non ti porta via in un giorno. Ti sgretola lentamente mentre tu continui a presentarti al mondo con la stessa faccia. Ti riduce il margine decisionale. Ti fa scegliere peggio. Ti rende più impulsivo quando dovresti essere freddo. Ti fa sentire invincibile proprio quando stai diventando fragile.


In Europa, il consumo di cocaina resta uno dei temi centrali nelle analisi ufficiali sul mercato delle droghe, per diffusione, disponibilità e domanda di trattamento. Non è “una moda”: è una filiera stabile, aggressiva, e sempre più normale nella vita di chi lavora ad alta pressione. 


E adesso la parte pratica, senza romanticismi e senza eroismi.

Uscirne da soli, nella maggior parte dei casi, è una scommessa perdente. Non perché “sei debole”, ma perché stai combattendo contro un sistema che hai addestrato a chiederti quella roba quando sei stanco, triste, stressato, solo. La via realistica passa da professionisti veri.


In Italia esiste una rete pubblica per le dipendenze: i Ser.D. (storicamente chiamati anche Ser.T.), servizi del Sistema Sanitario Nazionale con compiti di prevenzione, cura, riabilitazione e reinserimento, nati per gestire queste situazioni con équipe e percorsi strutturati. 

Non è un marchio d’infamia. È un posto dove, se entri da adulto, ti trattano da adulto. E sì: la riservatezza conta. È uno dei motivi per cui dovresti smettere di raccontarti la favola del “me la gestisco io”.


E parallelamente — e qui entra il discorso Maschio Alpha, quello serio, non da poster — devi ricostruire la base. Non perché l’allenamento “cura la dipendenza” (sarebbe una stupidaggine raccontarla così), ma perché un uomo senza sonno, senza corpo, senza energia, senza struttura, è un uomo che cerca stampelle. Sempre. Prima coca, poi alcol, poi porno, poi lavoro compulsivo, poi qualsiasi cosa anestetizzi.



La guerra vera non è contro la sostanza. È contro la tua vita ingestibile e contro quel teatro per cui devi essere sempre acceso mentre dentro stai collassando. È contro chi non capisce cosa significhi avere una partita IVA e ti giudica dalla poltrona. È contro la carenza di tempo che ti spinge a comprare scorciatoie. È contro l’autocontrollo che si rompe quando sei a corto di sonno. È contro l’autostima bassa che nascondi dietro il fatturato. È contro i problemi che ti porti dentro senza averli mai detti.


Se vuoi fare l’uomo adulto, smetti di trattare il tuo corpo come un taxi: lo usi finché cammina e poi lo lasci morire nel parcheggio. Il corpo è la tua infrastruttura. Se crolla, crolla tutto: soldi, potere, sesso, rispetto. E lo sai.


Chiudo senza carezze.

Hai due opzioni. Continuare a giocare con il fuoco sperando di non bruciarti, oppure fare la cosa meno sexy ma più potente che esista: chiedere aiuto e ricostruire disciplina, sonno, energia, identità. Se sei dentro la spirale, muoviti oggi. Non “quando ho tempo”. Il tempo, tu, non ce l’hai mai.


Se questo testo ti ha dato fastidio, meglio. Vuol dire che ha toccato qualcosa che non riesci a controllare con la battuta, con l’ironia o con l’ennesima riunione.


4 Minute Sunday è una lettera che arriva la domenica e si legge in quattro minuti.

Non per motivarti. Per rimetterti in asse.


È pensata per uomini che durante la settimana fanno, decidono, tengono botta. Uomini che funzionano, ma spesso senza fermarsi mai davvero. Dentro non trovi teoria, né frasi da condividere sui social. Trovi un’idea sola, concreta, collegata al corpo, alla testa e alla vita reale. E qualcosa che puoi applicare subito, anche se sei sempre di corsa.


Un uomo dovrebbe iscriversi perché dopo i 40 anni il rischio non è fallire. È spegnersi lentamente mentre tutto va avanti.

4 Minute Sunday serve a creare un punto fermo: quattro minuti per ricordarti chi sei, prima di tornare ai ruoli, alle responsabilità, alle aspettative.



 
 
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